Fenomenologia degli studenti universitari sotto esame (Seconda parte)

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#4 I lavoratori

Stando ai resoconti di questi studenti, il dato sulla disoccupazione giovanile in Italia è totalmente errato. No, non viviamo in una nazione con il 43,3% di disoccupati tra i 15 e i 24 anni. Non è un Paese, il nostro, in cui in dieci anni si sono persi per strada 2,3 milioni di posti di lavoro nella fascia d’età tra i 18 e i 34 anni. L’Italia non è stata governata negli ultimi anni da gente come Renzi, Letta, Monti e Berlusconi . No. C’è una benevola “mano invisibile” a muovere l’economia italiana.
Perché loro sono lavoratori.
Gli studenti che dichiarano un soddisfacente stato occupazionale hanno essenzialmente due motivazioni:

1) mascherare con il lavoro la loro immonda impreparazione. Esempio:
– Analizzi dal punto di vista narratologico il racconto “Nella colonia penale” di Kafka.
– Io lavoro.
“Io lavoro”, in questo caso, dischiude il seguente universo semantico: ‘di Kafka ho letto solo La metamorfosi’, ’Kafka è quel verme che è stato processato senza un motivo. L’ho sentito al Tg4‘, ma soprattutto ‘mi chieda di parlare di un argomento a scelta’.

2) Connotare negativamente l’esame. Esempio:
– Come mai un concetto semplice come quello di fonema non le è chiaro?
– Io lavoro.
“Io lavoro” nella fattispecie significa ‘nella vita ho qualcosa di meglio da fare, quindi fammi pure le tue quattro domande del cazzo, ma promuovimi. Ah, dimenticavo: get a life!’.

In definitiva, siamo anche d’accordo col buon Karl: il lavoro è creatore di civiltà e cultura ed è ciò che rende l’uomo tale. Ma non ditelo in sede d’esame, lavoratori, siate discreti. Parlare di questo argomento a un dottore di ricerca equivale a descrivere con dovizia di particolari i piaceri del sesso tantrico a Joseph Ratzinger. Chi vi ascolta ha investito tutto sulla conoscenza e vive in Italia. Ergo, non lavora.

 

Oscar Farinetti, che ha abbandonato gli studi nel 1976, ha ricevuto quest'anno la laurea honoris causa dall'Università di Urbino. In Italia va così: con la laurea non mangi, ma se fai mangiare ti danno la laurea.

Oscar Farinetti, che ha abbandonato gli studi nel 1976, ha ricevuto quest’anno la laurea honoris causa dall’Università di Urbino. In Italia va così: con la laurea non mangi, ma se fai mangiare ti danno la laurea.

 

#5 I seduttivi

I seduttivi si distinguono in due sottocategorie basilari: femmine e maschi. Le loro strategie di seduzione, corredate di un repertorio di tattiche sopraffine, si differenziano infatti a seconda del sesso.
Già, il sesso. La critica a questi studenti si ispirerà a Michel Foucault, alla sua ferrea volontà di svelare i dispositivi di potere legati all’idea di sessualità. Gli studenti seduttivi, che pure non hanno letto Foucault (“è quello del pendolo che oscilla tra il dolore e la noia?”), sanno di avere un potere enorme e lo esercitano con naturalezza.
Ignorano, però, che stanno per essere smascherati.

5a Femmine – Le studentesse seduttive hanno gli occhi grandi, che spalancano sovente come Malcolm McDowell in “Arancia meccanica”. Le labbra, perlopiù carnose, adombrano quasi la nostalgia di un broncio, la reminiscenza di un’età felice venata di malinconie fugaci. Mentre applicano la tecnica marble art sulle unghie, alzano gli occhioni e ti guardano come se fossi l’esemplare di maschio più attraente del mondo. Arrivi a sentirti, per qualche istante, una sorta di Michael Fassbender capace di recitare al contrario le sestine più astruse di Arnaut Daniel. L’uomo perfetto.
Ma c’è dell’altro. Le femmine sanno che la seduzione sarà sempre incompleta senza un particolare. Anzi, due. Si dilettano, allora, nello srotolare davanti ai tuoi occhi ghiandole mammarie che avrebbero fatto morire di invidia la Serena Grandi degli anni d’oro (1980-1987). Perché questo vogliono: farti sentire al contempo bambino e amante, Eros e Priapo.
E poi la voce. Una voce dolce, suadente, modulata ad arte su diversi registri, che vanno dal bambinesco al soft-porn scandinavo degli anni ’70. Per un attimo pensi a Kazantzakis, vuoi far salire a bordo le sirene, abbandonarti all’incanto della bellezza.
Ma ti sovviene un imperativo: resistere, resistere, resistere. In caso di impreparazione (probabile), sostituire a resistere il verbo bocciare.

5b Maschi – Gli studenti seduttivi hanno la camicia sbottonata quasi fino all’ombelico, anche nei giorni in cui un ciclone siberiano si aggira per le strade di Bari urlando come Ignazio La Russa. A turno umiliano ogni anno Carlo Conti nella classifica degli uomini più neri d’Italia. Mandibola squadrata, sorriso da spot Durban’s, cercano di sedurti nonostante la terribile eterosessualità da cui sei affetto.
Questi bellissimi esemplari maschi vanno studiati con gli strumenti semiotici della prossemica: la loro peculiarità consiste infatti nell’avvicinarsi paurosamente all’interlocutore, adottando la distanza prossima allo slinguazzamento che potete ammirare nei dialoghi tra Genny Savastano e Ciro di Marzio in “Gomorra – La serie”.
La differenza più significativa tra le due sottocategorie di seduttivi si registra a esame concluso: le femmine vanno via senza degnarti di un saluto; i maschi, di contro, continuano a sedurre. Anche in seguito a una bocciatura, mi è capitato di salutarli come saluterei un vecchio amico, ricevendo in cambio un sorriso raggiante.

 

Questa foto ritrae due esemplari di studenti seduttivi sulla via della redenzione. Lui le sta dicendo: “La nostra civiltà è la sola a praticare una scientia sexualis che ci rende soggetti nel duplice senso del termine, cioè ‘soggetti’ e ‘sudditi’. Non credere che, accettando il sesso, si rifiuti il potere; si segue al contrario il filo del dispositivo generale di sessualità.”

Questa foto ritrae due esemplari di studenti seduttivi sulla via della redenzione. Lui le sta dicendo: “La nostra civiltà è la sola a praticare una scientia sexualis che ci rende soggetti nel duplice senso del termine, cioè ‘soggetti’ e ‘sudditi’. Non credere che, accettando il sesso, si rifiuti il potere; si segue al contrario il filo del dispositivo generale di sessualità.”

 

#6 I geni

Gli studenti geni non hanno autocoscienza. Capiscono di avere del genio dopo la laurea, quando le loro altissime aspirazioni vengono frustrate dall’amara consapevolezza che la realtà è “la cosa tutta piena di quei cosi” che assomigliano a Davide Mengacci. Sono troppo intelligenti per non capire che un Paese in cui Massimo Boldi è molto ricco – e Guido Ceronetti decisamente no – non fa per loro. E vanno via.
I geni sono visti di cattivo occhio dagli altri studenti per un semplice motivo. Prima dell’esame tutti si accalcano attorno al genio di turno e lo tempestano di domande: “In quante parti era divisa la Gallia?”, “Giulio Cesare era davvero omosessuale o solo sensibile?”, “Il mio ragazzo è un ragioniere. Usciresti con me?”.
Il genio risponde: “Non lo so, non ricordo niente”, risollevando per un attimo la bassa autostima dei presenti, specialmente dei ragionieri.
Vexata quaestio universitaria: i geni mentono? Neanche per idea, davvero in quel momento non sanno, non ricordano nulla.
Quando devono rispondere alle domande dell’esaminatore, però, questi strani, goffi albatros spiccano il volo. Toccano, con il pensiero e le parole alate, vette che non credevi raggiungibili. Ti donano altri due occhi e li posizionano in parti della testa che un tempo usavi solo per grattugiare un po’ di forfora. Dovrebbero ringraziarli.
E invece ricevono l’abituale trenta e lode tra il biasimo generale. Truffatori, li chiamano, e scribi, farisei.
In verità, in verità vi dico: vogliate bene ai geni perché soffriranno molto e con la loro sofferenza faranno sbocciare dei fiori nei vostri giardini. Voi sentirete solo una fortissima puzza di merda. Calpesterete quei fiori con noncuranza, procurando nuove sofferenze ai geni e nuovi boccioli ai giardini. In un futuro lontanissimo l’Associazione Internazionale dei Giardinieri riconoscerà che quei fiori hanno salvato il mondo. Ma i geni saranno già morti da un pezzo. Come tutti gli altri.

 

Clicca QUI se ti sei perso la prima parte.

To be continued.

Data

20 agosto 2014

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Giovanni Laera

"L’ironia è una dichiarazione di dignità, un’affermazione della superiorità dell’uomo su ciò che gli capita."

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