Le parole che odio: PROGETTO

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Qualche minuto dopo che la mia attuale società mi contattò per la prima volta, scrissi un messaggio ad un mio amico per comunicarglielo e tra le altre cose: “Se tra le prime cinque parole che mi dicono c’è progetto, rifiuto”.

Odio la parola progetto, soprattutto in ambito sportivo. L’abuso nell’utilizzo di questa parola è tale che anche i dieci che si trovano il mercoledì sera per il calcetto ormai ne hanno uno. Questo varia dalla volontà di muoversi dopo aver “passato otto ore seduto in ufficio” alla necessità di perdere qualche chilo “ché altrimenti mia moglie non mi cucina più niente”. Un progetto nobile (ma è definibile progetto?), se non fosse che il primo gioca in porta ed il secondo beve la birra al posto del Gatorade.
La rabbia che mi provoca l’ascolto o la lettura della parola progetto riesce a non superare solo quella che mi genera l’obbligarmi a non correggere la gente quando dice nòcciolo per nocciòlo o viceversa perché altrimenti poi passo per l’arrogante saccente che tutto sa e invece non sa un cazzo. Qualora lo pensiate anche senza che vi abbia corretti, non preoccupatevi, lo sono.

I dirigenti della mia società utilizzarono progetto come quarta parola del loro discorso. Persi le successive parole perché stavo lottando contro l’istinto di alzarmi ed andarmene. Tuttavia, ripresi il controllo ed accettai la loro proposta. Senza dissonanza cognitiva non ci sarebbero gli psicologi. (Oggi, per la prima volta, mi sento parte di un progetto. È una sensazione molto bella.)

Andate su Google e scrivete progetto ed il nome di una squadra, un presidente, un allenatore, un calciatore. È un bel modo per scoprire le cazzate che si dicono ed il livello del giornalismo italiano. Buon divertimento.
Troverete anche tre società che si chiamano Progetto Calcio. Fanno anche la pernacchia dopo?

Mi sorprende che progetto non sia nell’elenco di parole da cui stare lontani raccolte dalla redazione de IlPost.it nel post La lingua di plastica.

Oltre ad odiare il progetto in quanto tale, odio tutti coloro che sposano un progetto, unico matrimonio sul quale la Chiesa non interviene e invece dovrebbe, odio tutti coloro che credono nella bontà del progetto, anzi “non la mettono in dubbio”, e odio anche il centro del progetto (qui e qui), perché ogni volta che ci penso, la deformazione da risolutore di parole crociate mi porta a pensare a “ge”. Nell’epoca degli specialisti, ovviamente, non può mancare chi è funzionale al progetto (funzionale sta raggiungendo tutti i requisiti per diventare una parola che odio), mentre l’attuale presidente del Barcelona, Josep Bartomeu, parla di “progetto di transizione che deve portare alla vittoria dei titoli al termine della stagione”: non avvertite quel brivido di insensatezza?

Un progetto è un necessario scontro tra pazienza e bramosia in un mondo nel quale ci si incazza se al terzo squillo il destinatario della telefonata non ha ancora risposto. Non può esserci immediatezza in un progetto, ma una costruzione quotidiana basata non sugli uomini, ma su un desiderio e dei princìpi. Gli uomini sono un mezzo per raggiungere l’obiettivo. E questo pare che i presidenti che esonerano gli allenatori dopo sei mesi e gli allenatori che chiedono rinforzi a settembre l’abbiano capito così bene da usarlo come giustificazione dei loro cambiamenti. La logica, però, è uguale a quella dei due calcettisti del mercoledì sera: leggete qui le parole di Tommaso Giulini e Gianfranco Zola durante la conferenza stampa di presentazione del nuovo allenatore del Cagliari, il progetto era Zeman o Cagliari Calcio? Ed il Milan del progetto giovani, che tra la scorsa estate ed oggi acquista otto giocatori che vanno dai 25 anni di Bonaventura ai 33 anni di Diego Lopez?

Un progetto è una bottiglia di vino, non un tequila bum bum.

È bello avere un progetto, ecco perché tutti ne sbandierano uno, nominale. Permette di difendersi dall’accusa di superficialità, di farlo tanto per o perché l’interesse è un altro, magari oscuro. Fa sentire le persone complete, provoca un aumento fittizio di autostima, che crolla alla prima difficoltà.

Pianificare, attuare, valutare, modificare è difficile. Riconoscere ed affrontare gli errori è disagevole. Considerare l’influenza del caso nella vita è complesso perché si corre il rischio di abbandonarsi alla fortuna ed alla predestinazione o ridurre il tempo da spendere per la riflessione.

Il caso...

Il caso…

Il punto è che quando si pensa ad un progetto, si pensa al prodotto di questo progetto e non al percorso da compiere. C’è una parola simile ortograficamente, molto più importante: processo. È a questo che bisogna dedicarsi. Se progetto è una parola che odio, processo è una parola che amo. Un processo richiede del tempo, richiede pazienza, richiede tentativi, richiede sbagli, richiede cambiamenti. Siamo quelli del “vediamo come va”, che è giusto, ma non può essere il principio primo. (Essere parte di un progetto è essere consapevoli che c’è qualcosa che non finisce con te, la positiva accettazione di essere utilizzati per un fine altro, dal quale personalmente se ne può trarre solo vantaggio.)

Pensate a quando qualcuno dice che vorrebbe avere un figlio. Pensate al momento della scopata. Pensate ai primi vent’anni del figlio. Dubito che la crescita del proprio figlio sia, in termini assoluti, più piacevole del desiderio e del sesso. È questa la differenza tra chi parla di progetto appena può e chi sviluppa un progetto, lo rende reale.

Semplicemente, siamo diversi ed unici, soprattutto. Non tutto funziona o non tutto funziona ovunque, neanche il caricabatterie negli USA. La matematica imparata a scuola ci ha insegnato ad inserire ogni cosa in un rapporto causa-effetto, in realtà c’è molta più non-linearità di quello che crediamo, anche all’interno di quel segmento che collega il punto A al punto B. La colpa, non è, sia chiaro, della scuola e della matematica, ma della nostra incapacità di concentrazione ed attenzione.

Capisco, però, che è obbligatorio dare il nome ad ogni cosa. E certe volte penso che quello che spacciamo per progetto dovremmo chiamarlo avventura.

Sergio Palazzi

Laurea in Scienze motorie e passione per sport e lettura. Destinato a sopravvivere. Sogna ad occhi aperti, perché i sogni ad occhi chiusi non li ricorda o non gli piacciono.

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