La penultima cena: effetti delle tavolate festive

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La sbornia non è data dalle abbondanti dosi di Jägermeister ingurgitate nella speranza di emettere quel rutto liberatorio di cui si sente la necessità. E neanche dalla subdola crema di limoncello, che densamente scende, lenta, dolce canto ammaliator.

La sbornia è umana. Persone ai miei fianchi pronte a rubarmi l’ultimo pezzo di focaccia con le cipolle, leste nel chiedere il tris della lasagna e mi fottono perché mentre spiego che non si dice “tris”, il bis che vorrei non c’è più, ancor più leste nel fottermi la quaterna, unica ragione a tenermi sveglio dopo una giornata disastrosa. Persone ovunque, più o meno curiose di me (in base al significato dato alla parola famiglia o amico). E se non lo sono per niente (perché stanno parlando di e con qualcun altro al cellulare), e penso di essermi salvato, sarà mia madre o mia nonna o qualcuno ad esporre il trofeo. E nel momento in cui si parla bene di me, l’unica ragazza al tavolo (l’unica cosa che conta durante le feste è il tavolo, tutto accade sul, sotto, attorno o nei suoi paraggi) cui vorrei far conoscere le mie gesta, perché sono incapace a cominciare una conversazione o ho anche la trachea piena di cibo, è in bagno.

La sbornia umana e la diffusione organica del cibo sono, però, un grande momento di osservazione ed autoconversazione (massì, anche di autoconservazione da questo mondo). Sono all’angolo del tavolo, con la scusa di essere mancino e di non voler dare fastidio a nessuno mentre mostro la mia maldestra manualità, o inclinato sul divano perché il culo ha la forma della lasagna ed i muscoli posteriori della coscia chiedono una sospensione della gravità, e penso. A messaggi o telefonate che non arrivano e a quelli che stranamente sono arrivati, al perché dello studio NBA su Sky solo la sera di Natale, al dolore del due nell’asso che fugge, costretto a frenarsi quando ha preso velocità ed a subire elogi e bestemmie nel periodo di un paio di minuti. Osservo, ascolto e penso. E mi domando minchiate. A tavola di quello si parla, in quella contraddittoria sfida tra il cibo che impedisce la parola e la parola dovuta in assenza di cibo. Vivete il silenzio, per favore. Si parla di minchiate per diverse ragioni: dalla superiorità della pasta al forno sulla crisi economica al tasso alcolemico che distrugge sinapsi senza pietà, tanto arriva l’anno nuovo, scorrendo sull’idea che non è questo il momento adatto per dialogare di massimi sistemi.

Osservo, ascolto e penso. E sento un sussulto gastrico, schiudo la bocca, mi preparo al rutto che indica la liberazione di spazio per le cartellate (che arriveranno fra non meno di due ore) e invece viene fuori: “scusate, ma due confezioni di latte parzialmente scremato ne fanno una di latte intero?”

Ho ottenuto il silenzio che desideravo trovare sotto l’albero ed anche un numero a doppia cifra di occhi addosso che non ho mai richiesto. Nessuno parla.

Ed io continuo. “Beh, se la parte scremata da uno corrisponde a quella non scremata dall’altro si potrebbe anche rispondere con un sì. Però non è possibile saperlo, neanche se il latte è quello della Lola. Ma sommando le due parti con crema? C’è un parzialmente che lascia spazio alla cremosità. Teoricamente sì, si dovrebbe ottenere un latte intero, ma come si trova la cremosità? E la parzialità, che non è definita? Quanto è parziale la scrematura? Ed è meritocratica? Ed è meglio sopravvivere o farsi scremare? Quindi, potrebbe anche risultare un latte più che intero. È logicamente possibile? Perché se lo fosse, bisognerebbe considerare un latte parzialmente intero. Si conosce la scrematura? Come funziona? È plausibile l’idea di un latte più che scremato, ma non interamente scremato? E se si pone un latte interamente scremato, perché, proprietà commutativa ringraziando, non si può bere un latte scrematamente intero? Solo perché scrematamente difficilmente ha trovato spazio nel vocabolario? E se si potesse corromperlo, perché la meritocrazia esiste solo nel latte? No, il risultato è un latte infinitamente scremato, perché nulla è definibile, ma scrematamente sì.”

E l'influsso della Nutella? Cosa potrà mai creare?

E l’influsso della Nutella? Cosa potrà mai creare?

“Non è il momento adatto per parlare di queste cose e comunque, come ti dicevo, ho ovviamente usato il latte intero per la panna.”

“E per la crema al caffè, quanto ne hai messo?”

Ricomincio. “Ecco. Perché si chiama caffettiera da una tazza e ne vengono fuori due? E da quella da due ne vengon fuori tre? E da quella da tre riempio quattro tazze? Perché? Non abbiamo capito quanto caffè dovremmo bere? Il signor Bialetti pensava già che un po’ di caffè doveva avanzare per metterlo in una ex-Dreher e berlo freddo a mezza mattinata? Anche per la moka non è mai stato il momento adatto per parlare di certe cose e la si è lasciata sovrapprodurre? Il liberismo caffettieristico non ha funzionato? Keynes invece dei lavori pubblici doveva usare la caffettiera come esempio? È questa distonia il motivo per cui andiamo al bar a prenderci il caffè? Possiamo trovare in questo squilibrio la diffusione delle cialde? O è solo per pigrizia? E le cialde hanno lo stesso problema?”

“Non è il momento adatto per parlare di queste cose, siamo ancora al secondo primo, e comunque, come ti dicevo, ho sperimentato questo nuovo impasto per le focacce l’altra sera, ho fatto le pizze a casa.”

Erutto, altre parole. “Tu che non mangi i bordi, qualora avessi di fronte una pizza con il bordo che non avrà più ragione d’esser chiamato così poiché la pasta non condita sarà posizionata nel centro della pizza, tu lasceresti comunque quello che un tempo era chiamato bordo?”

“Eh?”

Prendo il tovagliolo e con il coltello calco ciò che ho detto e nel frattempo continuo: “prendiamo una pizza perfettamente piana in un piatto morfologicamente convesso. Se Galileo non si è sbagliato, il condimento scivolerà verso il centro. E questo cosa provoca? L’aumento dei bordi o l’occupazione della fra virgolette pasta centrale. E quindi la pizza potresti in un caso mangiarla tutta lasciando il piatto in compagnia di tracce d’olio e segni di bruciato. E se stessimo mangiando all’aperto e spirasse un vento che dà vita al condimento? E se il tavolo avesse un piede più corto che fa sì che il piano sfiori il suo bel seno – sono così preso dal discorso che la timidezza non so più cosa sia e ci provo con lei che nel frattempo è tornata dal bagno – secondo me seduta troppo vicino al tavolo stesso provocando un effetto sensuale ulteriore a quello dato dal suo maglione?” Quando percepisco che la quantità di imbarazzo che aleggia sul tavolo ha superato quella di aria espulsa analmente con minore imbarazzo, correggo: “in realtà volevo dire che quel tavolo, che ha un piede più corto, può provocare spostamenti anche sulla pizza.”

Tuttavia, è il turno del primo secondo e nessuno risponde. Il secondo secondo provoca invece la risposta dell’apparato digerente, sarà responsabilità del formaggio o degli ultimi giorni. O dovrei farmi i fatti miei.

“Vado in bagno.”

“Se la carta igienica è finita, la trovi nel mobile sotto il lavandino.”

[Pausa. Durante la stesura del post, sono realmente andato in bagno in questo momento. Non so se c’è un collegamento tra le due cose e forse non è neanche il caso di renderlo noto.]

“Perdonatemi, ma voi quanti fogli a passata utilizzate? Li variate in base alla marca di carta igienica secondo un rapporto inversamente proporzionale tra numero di fogli e durezza del foglio stesso? O in base all’aspetto dello stronzo, sempre se dopo queste mangiate sia possibile definirlo stronzo? Perché ha una scarsa forma intendo. O in una umanizzazione della cicala e della formica vi regolate sulla scorta presente in casa? E ne approfittate quando comprate quelli che non finiscono mai? No, non per scrivere la Commedia.”

“Non è questo il momento adatto per parlare di queste cose, stiamo mangiando. E poi, che sono tutti questi interrogativi oggi?”

“Hai mai pensato al punto interrogativo? Alla sua forma, dico. Nella forma del punto interrogativo c’è già l’opzione di risposta. In alto un uncino che lega, abbraccia, porta a te e in un certo senso allarga. In basso un punto. E un punto è un punto, mette fine. E poi, a proposito di punti interrogativi, perché gli spagnoli lo mettono al contrario prima di ogni domanda? Toglie il priscio, chissenefrega dell’aiuto alla lettura. È proprio quello il divertimento: leggere come fosse una normale affermativa e poi intonare le ultime due, tre parole, quando il punto interrogativo diventa visibile.”

Parlavo da solo, tutti sono concentrati nell’ultimare il secondo secondo. Vado in bagno e, per conoscenza, uso quattro fogli a passata. La carta igienica Regina è molto sottile, non mi piace, la pubblicità della formica è deliberatamente ingannatoria.

Torno a tavola e lei mi guarda, ma non sorride. Perché, per tutte le volte che l’ho desiderato, non ho mai trovato sotto l’albero di Natale un lettore di pensieri altrui?
Sono svuotato, da tutto, ma ho la forza per chiederle: “e tu che ne pensi della storia del latte?”

“Quale, scusa? Penso ero in bagno.”

“Due confezioni di latte parzialmente scremato ne fanno una di latte intero?”

“Non lo so, sono intollerante al lattosio.”

Sergio Palazzi

Laurea in Scienze motorie e passione per sport e lettura. Destinato a sopravvivere. Sogna ad occhi aperti, perché i sogni ad occhi chiusi non li ricorda o non gli piacciono.

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